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La mia casa è la città

Aggiornato il: 11 dic 2017



A Verona manca un luogo che racconta, anima e parla di città. La mia città.

Capire quella di una volta, quella che vivo e quella che vorrei.

Serve un luogo, un posto accogliente, vivo dove poter incontrare e discutere con altre persone della città.


Una città è un “grande casa”, ecco serve proprio questo, sentirla e viverla come la propria dimora. Per capirla e raccontarla, la mia città, servono tanti punti di vista: quello dei bambini, quello degli anziani e dei giovani, e poi di chi produce, di chi sogna e di chi è ai margini.

E poi molti sono i punti di vista e i desideri, i bisogni. E molte sono le possibilità per vivere la città. Quindi servono delle chiavi di lettura e degli esempi italiani ed europei che raccontino modi di vivere e sperimentazioni.

Tutto questo va vissuto in prima battuta in un luogo fisico, comune, aperto. E poi va sperimentato nelle vie nelle piazze e perché no, anche a casa mia, con i miei vicini, con la mia famiglia.


Cocai vuole provare a costruire questo percorso insieme alle persone e alle istituzioni che credono in forme nuove di partecipazione e di politiche urbane.

Come Cocai crediamo che le forme tradizionali di pianificazione, del progetto urbano, delle politiche sulla città non sono più patrimonio esclusivo del potere amministrativo comunale, la giunta, il consiglio. Non sono neanche discussioni e scelte che fanno capo solamente alle organizzazioni di settore, come i poteri economici, i professionisti del settore, gli architetti, gli urbanisti, ecc.

Noi pensiamo che le forze migliori intellettuali ed economiche debbano aprirsi alla società e insieme ad essa far crescere e programmare scelte e visioni urbane condivise, trasparenti, in linea con le migliori tradizioni e sperimentazioni in atto nella scena urbana europea.


Partiamo da qui, far crescere una comunità per provare a disegnare il suo futuro.

Per capire meglio cosa significa sperimentare nuove forme di partecipazione, le parole chiave sono pratiche urbane e studio delle esperienze urbane. Per aiutarci a capire mi servo di qualche espressione dell’antropologo Franco La Cecla tratto da “Le culture dell’abitare” un’interessante raccolta di saggi del 2000 promossa da Porto Franco e Fondazione Michelucci, Edizioni Polistampa.

La Cecla si pone una domanda:


cosa significa dunque per chi si occupa di habitat urbani che la filosofia contemporanea è una filosofia dell’esperienza? Significa che c’è una sorta di priorità dell’esperienza diretta, legata allo spazio, cioè che è molto importante per capire una città, cercare di farne esperienza, cercare di accettare che c’è qualcosa che si può capire soltanto nel contesto.

Quanto mai attuale la sua visione ripresa anche da altri scrittori come Karahsan, sulla

capacità di tenere insieme anime diverse nell’articolato vissuto urbano:


non esiste l’educazione all’interculturalità, l’unica educazione è avere delle città che consentano delle pratiche di abitare soffici, in cui la gente può costruire i propri spazi. Qualunque politica futura di convivenza in Europa tra comunità religiose o etniche diverse passa per una riformulazione del diritto allo spazio, per una configurazione urbana in cui gli spazi consentano alla gente di non massacrarsi reciprocamente. Naturalmente questa non è una strategia valida in assoluto e in tutte le condizioni, però molto spesso ha funzionato.

Le città potrebbero diventare luoghi dove, allo stesso tempo è possibile la separazione e l’incontro, un poco simile alla nostra dimensione domestica.


Vicolo Porta Vescovo. 3

37129, Verona

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